12/11/2010

L'Africa nei nostri libri

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Il soggiorno è durato una settimana scarsa, ma che settimana. Genova Roma, Roma Tripoli, una lunga attesa per aspettare quelli di Parigi, e poi vai, traversata diagonale del Sahara.

Ho il mio film in testa, le immagini dei libri di scuola o della tivù dei ragazzi, ma dai, ora l'Africa è cambiata.

Arrivo nella notte, confusione, non si riesce a telefonare, poi filiamo al nostro albergo, a Patte d'Oie, né centro né banlieu, tanta sabbia, tanta luce, molto coloniale, niente bagno in camera.

Ci sono le conferenze per il premio nobel alle donne Africane, sono diligente, seguo tutto, ma il mio sguardo gira, e poi sono avida di conoscenze; c'è Elisa Kidané, che recita quella sua poesia che volevo mettere nel libro, la fermo e le dico, sai non l'ho fatto perché non potevo avere il tuo permesso: mi sembra quasi dispiaciuta.

Veniamo da tutta Italia; discorsi sulle origini dei nostri dialetti, a volte così simili, si incrociano con le storie di vita; l'età è varia, dagli otto agli ottanta.

Dunque, un bagno d'Africa, una grande emozione per chi l'aveva sognata ( e temuta) da ragazzina. E poi una presenza non da poco, il nostro amico Mauro: ha tenuto banco con italiani e locali, una vera attrazione!

Non mi voglio perdere nulla: la luce del mattino che si spande con la voce del muezzin ( registrata? poco importa); i negozi e i laboratori aperti tutta notte; la sabbia delle banlieu e la Dakar chic; Goré, l'isola da dove imbarcavano gli schiavi, una shoah mai commemorata.

Una sera siamo invitati a una cena sul mare in casa di una delle guide. Il tragitto è avventuroso, siedo davanti senza cintura di sicurezza, quanto poco ci vuole a perdere i freni che ci tengono in patria. Attraversiamo sterminati quartieri in mezzo a un traffico da girone dantesco, le mamme con i figli in spalla ci vendono la frutta, non è possibile! mi dico, scandalizzata come conviene a una attempata dama occidentale.

La cena scorre via bene, col cebu jen e il tamarindo, tutti a piedi scalzi tranquilli e rilassati, tamburi e korà ci fanno compagnia, qualcuno tenta un bagno notturno.


Ho conosciuto pure dei parenti, una s'è fatta trecento chilometri per vedermi.

E quel giorno sono stata al sole senza copricapo. Sicché, all'infezione che covava, si è aggiunta l'insolazione. Così alla ripartenza, all'aeroporto, c'è stata la scena fantozziana: mio svenimento, la guida rasta (byfall per l'esattezza) che (mi hanno raccontato) mi salva dallo sbattere per terra, il poliziotto che mi risveglia con secchiata d'acqua; e poi l'infermeria, un medico del nostro gruppo che mi segue passo passo e manda Mauro in farmacia a prendere le gocce; un inserviente locale che parla con gli agenti della dogana e ci fa passare prima di tutt,i e mi pregano di reggermi forte sennò il comandante ci lascia a terra; Lillo, il siciliano, che mi fa " Stiamo a braccetto, se crolli ti tengo io, ma resisti".

La sindrome di  Montezuma insiste. Al ritorno il medico mi ha consigliato riposo. Lo so, non dovevo mangiare una mela e qualche foglia di insalata, non c'è verso di salvarmi, ma era pure molto condita , così buona, gusti d'antan, e l'ambiente dell'albergo era lindo, cazzarola!


Bello. E su tutto quell'arrivo nella notte attraverso il Sahara; e le donne bellissime; e quei bambini che ti corrono dietro solo per una foto..meglio che mi fermi, va'...scene da una Dalia. Mancavano solo Malossi e Diop!

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